Editoriale 231 PDF Stampa E-mail
Scritto da Anna Oliverio Ferraris   
Numero 231 - anno 2012 - pagg.   
Giovedì 10 Maggio 2012 08:12

Cari Lettori,
l’articolo di Barbara Abdelilah-Bauer ha il merito di fare chiarezza su diversi aspetti del bilinguismo nell’infanzia: una competenza molto apprezzata nel nostro mondo globalizzato, di cui però spesso ignoriamo le peculiarità e i percorsi.
Nel corso dell’esposizione l’autrice sottolinea una serie di punti: per esempio, che il bambino bilingue acquisisce precocemente competenze metalinguistiche; che nell’infanzia l’apprendimento di una seconda lingua non è mai disgiunto dai fattori affettivi; che la competenza bilingue non la si acquisisce sui CD o alla televisione, ma nell’interazione diretta con altre persone; che una lingua acquisita nella prima infanzia può essere rapidamente dimenticata; che per esprimersi in una seconda lingua un bambino deve sentirne la necessità, cosicché se, per esempio, oltre alla seconda lingua tutte le persone intorno parlano anche la prima, non sente il bisogno di acquisirne una seconda: la capirà ma non la parlerà. È quello che è accaduto, per esempio, a molti bambini italiani nati tra gli anni Quaranta e Sessanta del secolo scorso i cui genitori, che tra di loro parlavano in dialetto (praticamente la loro lingua madre), si rivolgevano ai figli soltanto in italiano convinti di favorire in questo modo la loro resa scolastica. I bambini nati in quelle famiglie capivano perfettamente il dialetto, ma essendo stati scoraggiati dal farne un uso attivo non erano poi in grado di parlarlo.
Sebbene non si soffermi, in questo articolo, su quei presupposti fisiologici che rendono la mente dei più piccoli plastica e recettiva nei confronti delle lingue, l’autrice insiste nel ribadire che l’apprendimento della seconda lingua deve iniziare negli anni prescolari, o in famiglia quando i genitori sono di lingua madre diversa e/o alla scuola materna e al nido quando invece in famiglia si parla un’unica lingua. Nelle nostre scuole però l’esposizione alla seconda lingua inizia, nei casi migliori, nelle primarie e spesso e volentieri si tratta di una infarinatura blanda e superficiale (non di rado scorretta negli accenti e nelle cadenze) che non  può incidere in maniera significativa sulla motivazione a praticare una lingua diversa da quella materna. In un clima del genere i bambini percepiscono la seconda lingua come staccata dalla propria esperienza di vita e l’apprendimento risulta insufficiente.      
Se vogliamo che i nostri bambini padroneggino una seconda lingua è bene iniziare in età prescolare quando ad attivarsi sono, per entrambe le lingue, le stesse regioni del cervello (quelle del linguaggio, situate nelle regioni fronto-parietali dell’emisfero sinistro) e non, come avverrà in seguito, diverse regioni (dell’emisfero sinistro e di quello destro) in competizione tra di loro. Gli studi scientifici in quest’ambito mostrano che esiste una grande facilità sino ai 6 anni e una minore facilità sino ai 12-13 anni, età a partire dalla quale l’apprendimento di una seconda lingua diventa meno agevole anche a causa di una maggiore difficoltà di pronuncia.  
Ecco dunque un tema di riflessione per il ministro dell’istruzione e per quanti insegnano le lingue straniere ai bambini.

Anna Oliverio Ferraris

 
Trasmissione radio per la festa del papà PDF Stampa E-mail
Mercoledì 21 Marzo 2012 09:05

 

Vuoi ascoltare l'intervento di Anna Oliverio Ferraris e Alberto Pellai sul tema della paternità
alla trasmissione Essere e Benessere
di lunedì 19 marzo su Radio 24?


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- Clicca su lunedì, fascia orario 11-12... Buon ascolto!

 

http://www.radio24.ilsole24ore.com/archivio.php?dirprog=Essere

 

 

 

 

 
Editoriale 230 PDF Stampa E-mail
Scritto da Anna Oliverio Ferraris   
Numero 230 - anno 2012 - pagg.   
Lunedì 27 Febbraio 2012 09:30

Cari Lettori,
su questo numero ci sono alcuni interventi (nel Dossier e nella rubrica Cattivi Pensieri) che, da punti di vista differenti, denunciano o evidenziano una carenza di razionalità e di pensiero logico-scientifico. Eppure siamo nel Duemila, circondati da tecnologie estremamente sofisticate, che hanno potuto essere realizzate proprio grazie all’utilizzo di scoperte scientifiche e di rigorose strategie di pensiero. Ma, come emerge dalla lettura dell’articolo di Gérald Bronner Internet e false credenze, non ci si deve illudere che l’utilizzo quotidiano di tecnologie molto intelligenti garantisca un approccio razionale ai problemi: in rete possono infatti diffondersi false credenze, in modo ancor più rapido di come si propagano al di fuori dalla rete.
Il fatto è che logica e razionalità continuano a incontrare numerosi ostacoli, alcuni insiti nella mente umana, che è attratta dalle spiegazioni semplici e dalle soluzioni sorprendenti (mostri, misteri, ufo, magie…), altri, invece, sono il prodotto di una sottocultura che ha radici lontane nel tempo, ma che viene potenziata dai media quando propongono al loro pubblico programmi costruiti su un doppio binario in cui si alternano sapientemente e subdolamente verità e menzogne, normale e paranormale, scienza e fantascienza. È una strategia in cui i dati attendibili o le testimonianze di qualche personaggio autorevole rappresentano un cavallo di Troia nei confronti di altre “testimonianze” sostenute da persone prive di credibilità, ma assertive nel modo di porsi e di interloquire, che vengono prese in “seria” considerazione dal conduttore di turno (che pensa all’audience e alle sponsorizzazioni) e circondate da un’aureola emotiva fatta di musiche suggestive e immagini ambigue e seduttive. Siccome la nostra mente è particolarmente attenta a ciò che vede (il nostro cervello è in gran parte visivo), le immagini, anche quelle false, si scavano facilmente una nicchia nella memoria contaminando la riflessione e il ragionamento anche a distanza di molto tempo.
La cosa preoccupante è che spesso, anche quando vengono smascherati imbonitori, profittatori o “semplificatori” mediatici (dalle trasmissioni di Vanna Marchi a programmi dedicati a fenomeni misteriosi), il pubblico, frastornato e aggredito da più parti dai messaggi irrazionali, ha difficoltà ad abbandonare opinioni ormai formate e interiormente accettate, in quanto dovrebbe disconfermare una parte delle proprie credenze e quindi di se stesso. Sappiamo, dagli ormai numerosi studi di psicologia sociale e della comunicazione, quanto sia difficile rinunciare a una credenza quando essa è suggestiva e ha modellato la nostra mente.
La confezione dei programmi per il grande pubblico, in cui si affrontano tematiche scientifiche e parascientifiche, comprese quelle riguardanti le discipline psicologiche, dovrebbe avere, sempre, la supervisione di esperti affidabili e non essere invece lasciata nelle mani di improvvisatori e manipolatori di professione.


Anna Oliverio Ferraris

 
Editoriale 229 PDF Stampa E-mail
Scritto da Anna Oliverio Ferraris   
Numero 229 - anno 2012 - pagg.   
Martedì 27 Dicembre 2011 11:06
Cari Lettori,
in questo numero ci sono ben tre articoli che nelle loro
analisi psicologiche fanno riferimento a dei film. Per spiegare
l’effetto dissestante che lo “sguardo vuoto” di una madre può avere sul bambino che da lei dipende in tutto e per tutto, Serge Tisseron ci parla dei film di Hitchcock, da Vertigo a La donna che visse due volte, da Gli uccelli a Intrigo internazionale, spettacoli capaci di generare angoscia e spaesamento nello spettatore, grazie ai paesaggi desolati “privi di appigli visivi” e agli sguardi vuoti dei protagonisti. In Carnage, raccontato da Valentina D’Urso nella rubrica dedicata al cinema, il regista Roman Polanski mostra di possedere una tale padronanza delle leggi della comunicazione linguistica iconica e non verbale da fare invidia ad un comunicatore di professione. Infine, Denise G. Ferravante spiega come il pluripremiato film Il discorso del Re, del regista Tom Hooper, sia in realtà una suggestiva e fedele rappresentazione di un percorso di “coaching”, una tecnica che ha l’obiettivo di migliorare le performance delle persone in ambiti diversi.

Dalla fine dell’Ottocento e durante tutto il Novecento si è assistito ad un crescendo nell’utilizzo della psicologia e della psicoanalisi nell’arte, nella letteratura e nella cinematografia: un fenomeno che ha giovato sia al linguaggio artistico che alle discipline psicologiche. In realtà, la reciproca contaminazione è stata tale e così frequente che spesso si ha difficoltà a comprendere chi ha influenzato chi, chi si è espresso prima e chi dopo. Nel numero 227 di Psicologia contemporanea, ad esempio, Luciano Mecacci spiegava come i film di Federico Fellini degli anni Sessanta avessero contribuito ad aprire le porte alla psicoanalisi nel nostro paese; ma Freud stesso fu, se non “contaminato”, quanto meno affiancato da romanzieri suoi contemporanei, e anche la sua passione per l’archeologia, su cui ci intrattiene in questo numero Francesco Marchioro con l’articolo Freud “archeologo”, indica un intreccio multidisciplinare fecondo. Un caso noto di reciproca contaminazione fu quello del grande romanziere austriaco Arthur Schnitzler (1862-1931), dai cui romanzi emergono molti dei concetti che fecero poi parte del corpus teorico della psicoanalisi. In Doppio Sogno (1987), ad esempio, Schnitzler, come Freud, indicava nei sogni una riserva di sentimenti e di significati che sfuggono alla coscienza.

Il bravo artista che si applica alle tematiche psicologiche fa spesso un lavoro di approfondimento degno di uno psicologo clinico, ecco perché la formazione di uno psicologo, come quella di uno psicoterapeuta, dovrebbe anche estendersi a quelle aree culturali che contribuiscono ad aprire la sua mente su quegli spazi che altre discipline hanno descritto spesso con parole e metafore diverse, ma non meno rilevanti per la crescita personale e professionale dello psicologo e per la sua capacità di comprendere le dinamiche dell’animo umano.

Anna Oliverio Ferraris
 
Editoriale 228 PDF Stampa E-mail
Scritto da Anna Oliverio Ferraris   
Numero 228 - anno 2011 - pagg.   
Mercoledì 02 Novembre 2011 17:39

Cari Lettori,
nell’articolo sulla terza età, Rainer Doubrawa cita due concetti cari allo psicoanalista Erik Erikson, quelli di generatività e di stagnazione, e spiega come con l’arrivo della pensione molte persone, perdendo di punto in bianco il ruolo lavorativo attivo a cui erano abituate e che dava senso alle loro giornate, si sentano perse e si chiudano in se stesse, entrando così in una condizione psicologica di stagnazione. Al contrario, però, molte altre, animate da “generatività”, vedono negli anni del pensionamento non solo un’opportunità per sviluppare interessi e desideri prima irrealizzabili, ma anche un’occasione per impegnarsi a favore delle generazioni future, in particolare figli e nipoti. Una constatazione che ci porta a riflettere su un cambiamento nell’organizzazione familiare che si sta verificando in questi anni sotto i nostri occhi.
Nell’arco di circa 70 anni siamo passati dalla famiglia allargata (dove genitori, figli, zii, nonni e altri parenti costituivano una specie di clan compatto) a quella nucleare e seminucleare, formata dai figli e dai genitori, all’attuale famiglia (unita, divisa o ricomposta) dove i nonni, pur continuando ad abitare per conto proprio, sono spesso una presenza più attiva di quanto non fosse quella dei nonni di un tempo. Come spiegare questo apparente paradosso? La spiegazione è in gran parte legata alle migliori condizioni di vita.
Molti nonni della famiglia allargata tradizionale abitavano con i figli in un contatto quotidiano con i nipoti, ma il loro invecchiamento precoce ne riduceva i movimenti, cosicché in molti casi invece di accudire i nipotini erano loro a dover essere accuditi. Molti nonni di oggi invece, grazie alla maggiore longevità, al migliore stato di salute generale di cui godono e al dinamismo cui sono abituati fin dagli anni giovanili, sono sempre più spesso delle presenze fattive in famiglia anche se, a differenza dei nonni di un tempo, abitano per contro proprio in appartamenti separati e diversi da quelli in cui vivono i figli e i nipoti.
Avendo la disponibilità economica, nessuno oggi rinuncia facilmente alla propria privacy, il che però non significa che i nonni attuali non siano disponibili a dare una mano sostanziale alla famiglia. E infatti li si vede spesso accompagnare i nipotini a scuola e in piscina, portarli al parco, prendersene cura in vacanza, fare babysitting ogni volta che è necessario e non di rado occuparsene per l’intera giornata dando così un contributo sostanziale ai genitori impegnati nel lavoro fuori casa. In più i nonni d’ultima generazione stanno anche imparando a non essere invadenti e a non entrare in rotta di collisione con figli, generi e nuore.
E oltre ai nonni di famiglia ci sono anche, preziosissimi, i nonni della comunità, quegli “anziani” che volontariamente, in accordo con scuole ed enti locali, svolgono mansioni diverse a vantaggio di bambini e ragazzi. Non possiamo dunque che concordare con Doubrawa quando scrive che la terza età ha in serbo numerose potenzialità che vale la pena di utilizzare.

Anna Oliverio Ferraris

 
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