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Scritto da Michela Marzano
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Numero 217 - anno 2010 - pagg.
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Martedì 29 Dicembre 2009 11:19 |
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Il linguaggio manageriale contemporaneo è estremamente ambiguo: si costruisce su messaggi inconciliabili (secondo il modello del double bind) e chiede sempre più spesso agli individui una cosa e il suo contrario. Qualunque sia il settore di attività, si sente sempre più parlare di “autonomia” e “responsabilità”: ogni lavoratore deve sentirsi libero di agire come vuole, di portare alla propria azienda idee nuove e di trovare al suo interno il proprio benessere. Ma di quale autonomia si tratta? I dipendenti devono considerarsi “autonomi” nella misura in cui possono organizzare il loro lavoro come meglio credono, ma devono al tempo stesso rispettare gli obiettivi e i calendari fissati dalla direzione. L’autonomia nell’impresa è dunque molto relativa e non permette mai ai lavoratori di “autodeterminarsi”. In compenso, la sua utilità è grande: serve a giustificare il fatto che, se gli obiettivi non vengono raggiunti, siano i dipendenti a doversi assumere la piena responsabilità del fallimento. In quanto agenti autonomi, infatti, essi sono responsabili delle proprie azioni e delle loro conseguenze: nessun errore potrà essere perdonato. La logica di cui sono oggi prigionieri i lavoratori è sempre più perversa: la responsabilità viene abilmente trasferita dall’alto verso il basso; se gli obiettivi assegnati non sono raggiunti, la colpa non è mai attribuita al fatto che obiettivi erano oggettivamente irraggiungibili, ma alla mancanza di motivazione e di valore del dipendente. Ci si può allora realmente stupire che il malessere legato al proprio lavoro non fa’ altro che aumentare?
Troverete un articolo sull'argomento nel numero di gennaio (217) della rivista. |
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Scritto da Guido Petter
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Numero 216 - anno 2009 - pagg.
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Martedì 29 Dicembre 2009 10:47 |
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Che riflessi può avere la narrativa nella vita di un adolescente? Essa può ampliare la sua conoscenza della realtà; sensibilizzarlo ai problemi che la vita presenta, e alle possibili soluzioni; offrirgli occasioni per condividere sentimenti, stati d’animo, emozioni; indurlo a riflettere su certe decisioni e sui valori ai quali ci si può ispirare nel prenderle; aiutarlo a elaborare una ”idea di sé” coerente. Questi riflessi sono più o meno profondi a seconda che il testo sia un romanzo o una “memoria”. Queste considerazioni possono venire sviluppate e discusse. Ad esempio: i riflessi, o conseguenze, descritti hanno tutti la stessa rilevanza? Ve ne sono altri oltre a quelli considerati? Quali ricordi, al riguardo, serbate della vostra adolescenza? Quali osservazioni potete fare come genitori o insegnanti con figli o allievi adolescenti? Avete notato differenze fra maschi e femmine? Quali possibilità vi sono di indurre un adolescente a leggere un certo libro, o a riflettere su un libro letto? Come si colloca la lettura di testi narrativi rispetto ad altre attività come l’uso della TV, la frequentazione di un cinema, la navigazione in Internet, l’ascolto di musica, l’incontro con gli amici?
Troverete un articolo sullo stesso argomento nel numero di novembre dicembre della rivista. |
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Scritto da Vincenzo Natale, Miranda Occhionero
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Numero 216 - anno 2009 - pagg.
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Giovedì 29 Ottobre 2009 10:50 |
La società attuale promuove il mito dell’efficienza sempre e comunque, estremizzando il vecchio detto “chi dorme non piglia pesci”. Tanto che gli psicologi della salute hanno provocatoriamente rovesciato tale aforisma (“chi non dorme non piglia pesci”) sottolineando come non si possa avere una soddisfacente vita diurna senza una soddisfacente vita notturna.
La riduzione della quantità e/o qualità del sonno (insonnia) può colpire ogni età e ceto sociale, e può pertanto definirsi un disturbo ubiquitario. L’insonnia al suo esordio è spesso sottovalutata, sia dal paziente che dal terapeuta. Il paziente rinvia la ricerca di un aiuto specialistico pensando che il problema si risolverà da sé, e il medico non sempre impiega il tempo necessario per effettuare una attenta diagnosi differenziale. Ciò spiega come mai l’insonnia tende frequentemente a cronicizzare. Essendo molteplici le cause che possono portare all’insonnia il ruolo della diagnosi differenziale riveste un ruolo assai cruciale. Valutare le caratteristiche e la storia temporale dell’insonnia è il primo passo verso la sua corretta comprensione e l’approccio terapeutico più appropriato. I pazienti insonni che si rivolgono ai centri per i disturbi del sonno hanno lunghe storie alle spalle, caratterizzate anche dai così detti “pellegrinaggi della salute”. Tali esperienze portano all’errata convinzione che di fronte all’insonnia non si possa fare nulla. Sarebbe veramente interessante se i lettori che hanno sofferto o soffrono di insonnia o gli operatori del settore intervenissero raccontando le loro esperienze.
Leggete l'intero articolo nel numero di novembre dicembre della rivista. |
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Scritto da Massimo Montebove
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Lunedì 28 Settembre 2009 10:44 |
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Sono in genere rispettati e temuti. Talvolta detestati. Spesso mai realmente conosciuti. Stiamo parlando dei poliziotti, degli “sbirri”, persone che hanno fatto – per necessità, per vocazione o per tutte e due i motivi – una scelta professionale e personale molto particolare e carica di implicazioni, anche dal punto di vista psicologico. Ma chi sono veramente i poliziotti? Come si muovono, dal punto di vista psicologico, nella loro delicata attività quotidiana, soprattutto in virtù dell’urgenza e della gravità delle decisioni da adottare nelle cosiddette “situazioni emergenti” ? Come si vedono, come si percepiscono, in rapporto a se stessi e soprattutto ai cittadini? Il rischio “stress” nell’attività di polizia è sempre dietro l’angolo. Nel medio-lungo periodo, esaurimento emozionale e depersonalizzazione – elementi sostanziali del “burnout” – possono colpire anche gli operatori più preparati. Che cosa si fa per prevenire tutto questo? La Polizia di Stato, grazie agli psicologi e agli psichiatri che lavorano al suo interno, ha da alcuni anni introdotto il modello statunitense di auto-mutuo-aiuto definito “Peer Support”. Ma tutto questo può bastare? E che cosa si può fare ancora?
Leggete nel numero di novembre-dicembre della rivista un articolo dedicato allo stesso argomento. |
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Scritto da Fabrizio Mastrofini
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Mercoledì 02 Settembre 2009 15:15 |
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La multiculturalità di cui tanto si parla in Italia si va estendendo anche alle comunità religiose. È sempre più frequente vedere suore straniere nelle parrocchie, nelle strade, nei convegni. La Chiesa è sempre stata un’istituzione internazionale, tuttavia la mancanza di vocazioni che si fa sentire in Italia ha portato molte congregazioni ad aprire le porte dei conventi italiani alle consorelle di Asia ed Africa, soprattutto. Il che porta inediti problemi di convivenza, di scontro di mentalità e di visioni del mondo. A dispetto di una facile pubblicistica che descrive le vocazioni religiose come un mondo ideale, nei conventi tutti i giorni si discute, si litiga anche, ci si scontra, ci si ammala. Ed emergono anche gli stereotipi: gli orientali sono percepiti lenti, gli africani poco affidabili, i latinoamericani troppo allegri… e così via. I documenti ufficiali della Chiesa affrontano il tema della vita comunitaria dal punto di vista psicologico, sottolineando che occorrono equilibrio, capacità di integrazione, una visione del futuro da parte di chi deve guidare la comunità. Ma chi forma i formatori? E chi li controlla? Su questi nodi-chiave ci sono alcuni psicologi – sacerdoti, suore, laici – al lavoro in un settore comunque delicato. Il rischio è quello di confondere la fede con gli atteggiamenti psicologici impedendo o limitando una reale crescita delle persone. |
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