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Scritto da Fabrizio Mastrofini
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Lunedì 15 Febbraio 2010 17:00 |
Irlanda, Stati Uniti, Canada, Australia, Germania, Italia, sono i paesi che disegnano la mappa degli abusi sessuali commessi dai sacerdoti ai danni dei minori. Nonostante le dimissioni dei vescovi, le citazioni in tribunale e le diocesi statunitensi in bancarotta per pagare i danni, l’impressione è che la strategia ecclesiale non ha finora messo in atto soluzioni adeguate. Negli Usa diversi studi sulle riviste cattoliche specializzate in pastorale e psicologia si sono chiesti per quale motivo gli abusi si siano ripetuti per anni, per quale motivo i genitori non si siano accorti di nulla e le stesse vittime abbiano vissuto nell’impressione di non venire credute. Le famiglie nella cultura cattolica, anglosassone in modo particolare, trovano che sia una speciale forma di onore e di considerazione ricevere tanta attenzione da parte del loro sacerdote, del loro parroco e certamente non sospettano che possa nascondersi in lui un violentatore. Molte vittime hanno rivelato, a distanza di anni, che non parlavano semplicemente perché sentivano di non poterlo fare, e pensavano di non poter venire credute. Connesso a questo aspetto c’è il “clericalismo” della Chiesa, che ha elaborato nei secoli una struttura sacramentale per cui sacerdoti e vescovi vengono ricoperti da un’aura sacrale rinforzata dal loro vivere separati, indossare abiti diversi, non sposarsi. La psicoterapeuta statunitense Marianne Benkert nota che la Chiesa cattolica ha lasciato intatta la cultura clericale, proteggendo i sacerdoti e sacrificando i più vulnerabili.
Che cosa ne pensate?
Nel numero di marzo della rivista potrete leggere un articolo dello stesso autore. |
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Scritto da Michela Marzano
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Numero 217 - anno 2010 - pagg.
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Martedì 29 Dicembre 2009 11:19 |
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Il linguaggio manageriale contemporaneo è estremamente ambiguo: si costruisce su messaggi inconciliabili (secondo il modello del double bind) e chiede sempre più spesso agli individui una cosa e il suo contrario. Qualunque sia il settore di attività, si sente sempre più parlare di “autonomia” e “responsabilità”: ogni lavoratore deve sentirsi libero di agire come vuole, di portare alla propria azienda idee nuove e di trovare al suo interno il proprio benessere. Ma di quale autonomia si tratta? I dipendenti devono considerarsi “autonomi” nella misura in cui possono organizzare il loro lavoro come meglio credono, ma devono al tempo stesso rispettare gli obiettivi e i calendari fissati dalla direzione. L’autonomia nell’impresa è dunque molto relativa e non permette mai ai lavoratori di “autodeterminarsi”. In compenso, la sua utilità è grande: serve a giustificare il fatto che, se gli obiettivi non vengono raggiunti, siano i dipendenti a doversi assumere la piena responsabilità del fallimento. In quanto agenti autonomi, infatti, essi sono responsabili delle proprie azioni e delle loro conseguenze: nessun errore potrà essere perdonato. La logica di cui sono oggi prigionieri i lavoratori è sempre più perversa: la responsabilità viene abilmente trasferita dall’alto verso il basso; se gli obiettivi assegnati non sono raggiunti, la colpa non è mai attribuita al fatto che obiettivi erano oggettivamente irraggiungibili, ma alla mancanza di motivazione e di valore del dipendente. Ci si può allora realmente stupire che il malessere legato al proprio lavoro non fa’ altro che aumentare?
Troverete un articolo sull'argomento nel numero di gennaio (217) della rivista. |
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Scritto da Guido Petter
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Numero 216 - anno 2009 - pagg.
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Martedì 29 Dicembre 2009 10:47 |
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Che riflessi può avere la narrativa nella vita di un adolescente? Essa può ampliare la sua conoscenza della realtà; sensibilizzarlo ai problemi che la vita presenta, e alle possibili soluzioni; offrirgli occasioni per condividere sentimenti, stati d’animo, emozioni; indurlo a riflettere su certe decisioni e sui valori ai quali ci si può ispirare nel prenderle; aiutarlo a elaborare una ”idea di sé” coerente. Questi riflessi sono più o meno profondi a seconda che il testo sia un romanzo o una “memoria”. Queste considerazioni possono venire sviluppate e discusse. Ad esempio: i riflessi, o conseguenze, descritti hanno tutti la stessa rilevanza? Ve ne sono altri oltre a quelli considerati? Quali ricordi, al riguardo, serbate della vostra adolescenza? Quali osservazioni potete fare come genitori o insegnanti con figli o allievi adolescenti? Avete notato differenze fra maschi e femmine? Quali possibilità vi sono di indurre un adolescente a leggere un certo libro, o a riflettere su un libro letto? Come si colloca la lettura di testi narrativi rispetto ad altre attività come l’uso della TV, la frequentazione di un cinema, la navigazione in Internet, l’ascolto di musica, l’incontro con gli amici?
Troverete un articolo sullo stesso argomento nel numero di novembre dicembre della rivista. |
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Scritto da Vincenzo Natale, Miranda Occhionero
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Numero 216 - anno 2009 - pagg.
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Giovedì 29 Ottobre 2009 10:50 |
La società attuale promuove il mito dell’efficienza sempre e comunque, estremizzando il vecchio detto “chi dorme non piglia pesci”. Tanto che gli psicologi della salute hanno provocatoriamente rovesciato tale aforisma (“chi non dorme non piglia pesci”) sottolineando come non si possa avere una soddisfacente vita diurna senza una soddisfacente vita notturna.
La riduzione della quantità e/o qualità del sonno (insonnia) può colpire ogni età e ceto sociale, e può pertanto definirsi un disturbo ubiquitario. L’insonnia al suo esordio è spesso sottovalutata, sia dal paziente che dal terapeuta. Il paziente rinvia la ricerca di un aiuto specialistico pensando che il problema si risolverà da sé, e il medico non sempre impiega il tempo necessario per effettuare una attenta diagnosi differenziale. Ciò spiega come mai l’insonnia tende frequentemente a cronicizzare. Essendo molteplici le cause che possono portare all’insonnia il ruolo della diagnosi differenziale riveste un ruolo assai cruciale. Valutare le caratteristiche e la storia temporale dell’insonnia è il primo passo verso la sua corretta comprensione e l’approccio terapeutico più appropriato. I pazienti insonni che si rivolgono ai centri per i disturbi del sonno hanno lunghe storie alle spalle, caratterizzate anche dai così detti “pellegrinaggi della salute”. Tali esperienze portano all’errata convinzione che di fronte all’insonnia non si possa fare nulla. Sarebbe veramente interessante se i lettori che hanno sofferto o soffrono di insonnia o gli operatori del settore intervenissero raccontando le loro esperienze.
Leggete l'intero articolo nel numero di novembre dicembre della rivista. |
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Scritto da Massimo Montebove
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Lunedì 28 Settembre 2009 10:44 |
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Sono in genere rispettati e temuti. Talvolta detestati. Spesso mai realmente conosciuti. Stiamo parlando dei poliziotti, degli “sbirri”, persone che hanno fatto – per necessità, per vocazione o per tutte e due i motivi – una scelta professionale e personale molto particolare e carica di implicazioni, anche dal punto di vista psicologico. Ma chi sono veramente i poliziotti? Come si muovono, dal punto di vista psicologico, nella loro delicata attività quotidiana, soprattutto in virtù dell’urgenza e della gravità delle decisioni da adottare nelle cosiddette “situazioni emergenti” ? Come si vedono, come si percepiscono, in rapporto a se stessi e soprattutto ai cittadini? Il rischio “stress” nell’attività di polizia è sempre dietro l’angolo. Nel medio-lungo periodo, esaurimento emozionale e depersonalizzazione – elementi sostanziali del “burnout” – possono colpire anche gli operatori più preparati. Che cosa si fa per prevenire tutto questo? La Polizia di Stato, grazie agli psicologi e agli psichiatri che lavorano al suo interno, ha da alcuni anni introdotto il modello statunitense di auto-mutuo-aiuto definito “Peer Support”. Ma tutto questo può bastare? E che cosa si può fare ancora?
Leggete nel numero di novembre-dicembre della rivista un articolo dedicato allo stesso argomento. |
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