Editoriale 229 PDF Stampa E-mail
Scritto da Anna Oliverio Ferraris   
Numero 229 - anno 2012 - pagg.   
Martedì 27 Dicembre 2011 11:06
Cari Lettori,
in questo numero ci sono ben tre articoli che nelle loro
analisi psicologiche fanno riferimento a dei film. Per spiegare
l’effetto dissestante che lo “sguardo vuoto” di una madre può avere sul bambino che da lei dipende in tutto e per tutto, Serge Tisseron ci parla dei film di Hitchcock, da Vertigo a La donna che visse due volte, da Gli uccelli a Intrigo internazionale, spettacoli capaci di generare angoscia e spaesamento nello spettatore, grazie ai paesaggi desolati “privi di appigli visivi” e agli sguardi vuoti dei protagonisti. In Carnage, raccontato da Valentina D’Urso nella rubrica dedicata al cinema, il regista Roman Polanski mostra di possedere una tale padronanza delle leggi della comunicazione linguistica iconica e non verbale da fare invidia ad un comunicatore di professione. Infine, Denise G. Ferravante spiega come il pluripremiato film Il discorso del Re, del regista Tom Hooper, sia in realtà una suggestiva e fedele rappresentazione di un percorso di “coaching”, una tecnica che ha l’obiettivo di migliorare le performance delle persone in ambiti diversi.

Dalla fine dell’Ottocento e durante tutto il Novecento si è assistito ad un crescendo nell’utilizzo della psicologia e della psicoanalisi nell’arte, nella letteratura e nella cinematografia: un fenomeno che ha giovato sia al linguaggio artistico che alle discipline psicologiche. In realtà, la reciproca contaminazione è stata tale e così frequente che spesso si ha difficoltà a comprendere chi ha influenzato chi, chi si è espresso prima e chi dopo. Nel numero 227 di Psicologia contemporanea, ad esempio, Luciano Mecacci spiegava come i film di Federico Fellini degli anni Sessanta avessero contribuito ad aprire le porte alla psicoanalisi nel nostro paese; ma Freud stesso fu, se non “contaminato”, quanto meno affiancato da romanzieri suoi contemporanei, e anche la sua passione per l’archeologia, su cui ci intrattiene in questo numero Francesco Marchioro con l’articolo Freud “archeologo”, indica un intreccio multidisciplinare fecondo. Un caso noto di reciproca contaminazione fu quello del grande romanziere austriaco Arthur Schnitzler (1862-1931), dai cui romanzi emergono molti dei concetti che fecero poi parte del corpus teorico della psicoanalisi. In Doppio Sogno (1987), ad esempio, Schnitzler, come Freud, indicava nei sogni una riserva di sentimenti e di significati che sfuggono alla coscienza.

Il bravo artista che si applica alle tematiche psicologiche fa spesso un lavoro di approfondimento degno di uno psicologo clinico, ecco perché la formazione di uno psicologo, come quella di uno psicoterapeuta, dovrebbe anche estendersi a quelle aree culturali che contribuiscono ad aprire la sua mente su quegli spazi che altre discipline hanno descritto spesso con parole e metafore diverse, ma non meno rilevanti per la crescita personale e professionale dello psicologo e per la sua capacità di comprendere le dinamiche dell’animo umano.

Anna Oliverio Ferraris
 
Editoriale 228 PDF Stampa E-mail
Scritto da Anna Oliverio Ferraris   
Numero 228 - anno 2011 - pagg.   
Mercoledì 02 Novembre 2011 17:39

Cari Lettori,
nell’articolo sulla terza età, Rainer Doubrawa cita due concetti cari allo psicoanalista Erik Erikson, quelli di generatività e di stagnazione, e spiega come con l’arrivo della pensione molte persone, perdendo di punto in bianco il ruolo lavorativo attivo a cui erano abituate e che dava senso alle loro giornate, si sentano perse e si chiudano in se stesse, entrando così in una condizione psicologica di stagnazione. Al contrario, però, molte altre, animate da “generatività”, vedono negli anni del pensionamento non solo un’opportunità per sviluppare interessi e desideri prima irrealizzabili, ma anche un’occasione per impegnarsi a favore delle generazioni future, in particolare figli e nipoti. Una constatazione che ci porta a riflettere su un cambiamento nell’organizzazione familiare che si sta verificando in questi anni sotto i nostri occhi.
Nell’arco di circa 70 anni siamo passati dalla famiglia allargata (dove genitori, figli, zii, nonni e altri parenti costituivano una specie di clan compatto) a quella nucleare e seminucleare, formata dai figli e dai genitori, all’attuale famiglia (unita, divisa o ricomposta) dove i nonni, pur continuando ad abitare per conto proprio, sono spesso una presenza più attiva di quanto non fosse quella dei nonni di un tempo. Come spiegare questo apparente paradosso? La spiegazione è in gran parte legata alle migliori condizioni di vita.
Molti nonni della famiglia allargata tradizionale abitavano con i figli in un contatto quotidiano con i nipoti, ma il loro invecchiamento precoce ne riduceva i movimenti, cosicché in molti casi invece di accudire i nipotini erano loro a dover essere accuditi. Molti nonni di oggi invece, grazie alla maggiore longevità, al migliore stato di salute generale di cui godono e al dinamismo cui sono abituati fin dagli anni giovanili, sono sempre più spesso delle presenze fattive in famiglia anche se, a differenza dei nonni di un tempo, abitano per contro proprio in appartamenti separati e diversi da quelli in cui vivono i figli e i nipoti.
Avendo la disponibilità economica, nessuno oggi rinuncia facilmente alla propria privacy, il che però non significa che i nonni attuali non siano disponibili a dare una mano sostanziale alla famiglia. E infatti li si vede spesso accompagnare i nipotini a scuola e in piscina, portarli al parco, prendersene cura in vacanza, fare babysitting ogni volta che è necessario e non di rado occuparsene per l’intera giornata dando così un contributo sostanziale ai genitori impegnati nel lavoro fuori casa. In più i nonni d’ultima generazione stanno anche imparando a non essere invadenti e a non entrare in rotta di collisione con figli, generi e nuore.
E oltre ai nonni di famiglia ci sono anche, preziosissimi, i nonni della comunità, quegli “anziani” che volontariamente, in accordo con scuole ed enti locali, svolgono mansioni diverse a vantaggio di bambini e ragazzi. Non possiamo dunque che concordare con Doubrawa quando scrive che la terza età ha in serbo numerose potenzialità che vale la pena di utilizzare.

Anna Oliverio Ferraris

 
Editoriale 227 PDF Stampa E-mail
Scritto da Anna Oliverio Ferraris   
Numero 227 - anno 2011 - pagg.   
Mercoledì 31 Agosto 2011 11:43
Cari Lettori,
tre brevi riflessioni sui Ricreatori, l’argomento affrontato da
Sandra Aquilante e Claudia Piredda nell’articolo «È pubblico…
e funziona! I Ricreatori triestini»: strutture parascolastiche per il tempo libero aperte quotidianamente fino all’ora di cena; luoghi di incontro, di apprendimento e di gioco per bambini e ragazzi; valido supporto per le famiglie, che li hanno sempre sostenuti, anche in periodi difficili della storia della città, considerandoli un bene prezioso per tutti.  
La prima riflessione riguarda la sorpresa che probabilmente molti di voi proverete, come a suo tempo ho provato io, nell’apprendere che un servizio educativo per il tempo libero come i Ricreatori sia da cento anni appannaggio esclusivo della città di Trieste e lì sia rimasto sconosciuto e avulso dal resto dell’Italia. Al di fuori dei triestini, sono pochi, infatti, coloro che sanno di questo servizio educativo che meriterebbe invece di essere adottato da tutti i comuni della penisola, sia perché al di fuori delle logiche commerciali che regolano molti degli spazi oggi proposti ai giovani, sia per la varietà di attività che in essi si possono svolgere.
La seconda riflessione nasce dal seguente interrogativo: qual è stata la ragione di questo blackout durato cent’anni? La collocazione geografica di Trieste, decentrata rispetto al resto dell’Italia, potrebbe essere una buona spiegazione. Ma ce n’è anche un’altra, altrettanto buona, ed è la concorrenza degli Oratori parrocchiali. Oggi però gli Oratori non sono più frequentati come un tempo, mentre nella sola città di Trieste ci sono ben dodici strutture del tempo libero in piena attività, il che sta ad indicare che, là dove esistono, i Ricreatori sono decisamente frequentati.
Infine – e veniamo alla terza riflessione – se Psicologia contemporanea pubblica questo articolo è anche perché le linee guida dei Ricrea­tori trovano supporto in esperienze collaudate nel tempo e in validi presupposti scientifici. Ad esempio, il movimento negli anni infantili è presentato come una precondizione non solo dell’apprendimento motorio, ma anche dello sviluppo cognitivo e della concentrazione. Il gioco libero è ritenuto una condizione irrinunciabile per una crescita sana. L’educazione emotiva è considerata essenziale per lo sviluppo dell’“intelligenza personale”. Alle attività sportive viene dato ampio spazio perché attraverso di esse si possono affrontare temi come il rispetto delle regole, la gestione delle emozioni proprie e del gruppo, il confronto corretto in ambito agonistico.
Chissà se a seguito di questo articolo i Ricreatori incominceranno a diffondersi anche in altre città italiane?
Anna Oliverio Ferraris
PS: da qualche mese è stata aperta su Facebook la pagina ufficiale di Psicologia contemporanea, nella quale potete trovare molti articoli su argomenti diversi ma, soprattutto, intervenire lasciando i vostri commenti, avviando discussioni e suggerendo gli argomenti su cui vi piacerebbe essere maggiormente informati. È sufficiente inserire nel vostro browser questo indirizzo:
http://www.facebook.com/psicologiacontemporanea
 
editoriale 226 PDF Stampa E-mail
Scritto da Anna Oliverio Ferraris   
Numero 226 - anno 2011 - pagg.   
Venerdì 08 Luglio 2011 09:38
Cari Lettori,
anche questa volta speriamo di essere riusciti a offrirvi una gamma di articoli e di argomenti interessante e variata. Alcuni sono particolarmente adatti alla stagione estiva. Non mi riferisco soltanto a quello di Valentina d’Urso sulla diffusione dell’enigmistica e dei suoi piaceri intellettuali più o meno evidenti, ma anche a quello di Susie Reinhardt sul potere terapeutico e rigenerante della meditazione e a quello di Simona Gardini e Annalena Venneri su come  raggiungere il benessere psicologico secondo le indicazioni dello psichiatra Robert Cloninger. Entrambi questi articoli hanno come obiettivo quello di
favorire il rilassamento, di aiutare le persone a sviluppare un atteggiamento positivo nei confronti del mondo e della vita, di indurci ad abbandonare i ritmi frenetici, i pensieri ossessivi e le situazioni stressanti senza dover far ricorso ai farmaci o ad altre sostanze. Insegnano anche ad immergersi nel “qui ed ora”, proprio come accade ai bambini piccoli che, non ancora preoccupati di parare i colpi o di anticipare la prossima mossa, riescono a vivere con una immediatezza maggiore di noi le sensazioni, gli umori e i sentimenti. Ma per poter riconquistare questa freschezza psicologica originaria, gli adulti stressati devono seguire un percorso che li porti, passo dopo passo, ad una maggiore consapevolezza di sé. Come si possa invece perdere se stessi fino a sposare «radicalmente un’idea radicale» ce lo spiega, con acuta efficacia, Gérald Bronner nell’articolo in cui illustra come si costruisce una mente fanatica. Anche in questo caso, come per la ricerca del benessere psicologico, il raggiungimento dell’obiettivo non è immediato, ma frutto di un lungo e sofisticato percorso; gli esiti però sono opposti: equilibrio, soddisfazione personale, collaborazione, empatia e rispetto degli altri nel primo caso; credenze irragionevoli e scelte di vita antisociali nel secondo. Particolarmente intrigante è nella costruzione della mente fanatica il cosiddetto «ragionamento ciclico», una forma di pensiero che, partendo da una serie di idee condivise dalla grande maggioranza delle persone e come tali non sospette, finisce via via per considerare accettabili idee assai meno evidenti e molto più confuse. Critico è il procedimento che viene seguito: una mescolanza di elementi acquisiti (evidenti) ed elementi nuovi (non evidenti) che, inseriti in un quadro differente, passano inosservati. Ma è opportuno che mi fermi, a questo punto, per non anticipare troppo e per lasciare intatto a voi il piacere della lettura.

Anna Oliverio Ferraris
 
Un saluto a Guido Petter PDF Stampa E-mail
Giovedì 26 Maggio 2011 10:40

guidopetter

Guido Petter ci ha lasciato improvvisamente. Ѐ stato uno dei fondatori della rivista e ha fatto parte del comitato scientifico per circa quarant’anni.
La sua figura rappresenta senza alcun dubbio un pezzo della storia della psicologia italiana. Professore ordinario dal 1958 di Psicologia dello sviluppo, fu tra i fondatori della Facoltà di Psicologia di Padova.
Grande divulgatore scientifico, a lui è legata la diffusione, la traduzione e l’interpretazione delle opere di Jean Piaget in Italia.
Molteplici i suoi interessi e ambiti di ricerca: dalla percezione al linguaggio, dallo sviluppo cognitivo alla psicologia dell’adolescenza alla psicologia educativa; da quest’ultima, in particolare, derivava un’attenzione costante per il mondo della scuola, degli studenti e degli insegnanti.
Tantissime le sue pubblicazioni, anche come autore di narrativa per ragazzi, soprattutto per l’editore Giunti, tantissimi gli articoli pubblicati con Psicologia contemporanea, La Vita Scolastica e Scuola dell’Infanzia.
Tra i volumi ricordiamo solo i più recenti: Il mestiere di insegnante (2006), Amicizia e innamoramento nell’adolescenza (2007), Insegnare la psicologia (2009), Per una verde vecchiaia. Il mestiere di “nonno” (2009), Ragione, fantasia, creatività nel bambino e nell’adolescente (2010), Il bambino impara a pensare (nuova edizione, in uscita a luglio).
D’altra parte, l’attività di Petter non si identifica solo con l’attività di ricercatore, educatore e saggista. Partigiano della Brigata Garibaldi “Rocco” in Val d’Ossola ha dedicato la sua vita alla difesa dei valori fondamentali della Repubblica e della Costituzione anche in periodi di grande conflittualità sociale come gli anni 70.
Nel 2005 ha ricevuto la Medaglia d’oro del Presidente della Repubblica per i Benemeriti della cultura e dell’arte.

Per concludere, un piccolo aneddoto: spesso amava ripetere che all’inizio dell’anno accademico aveva l’abitudine di mostrare agli studenti sia Psicologia contemporanea che Età evolutiva, quasi a sottolineare che la ricerca non deve e non può rimanere pura ricerca specialistica, ma ha l’obbligo di assumere una veste divulgativa e più propriamente culturale.

 
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