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Scritto da Giuseppe mantovani
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Martedì 04 Maggio 2010 17:18 |
Nel numero di maggio della rivista nell’articolo «Onnipotenti e fragili» ho parlato di “giovani adulti pieni di rabbia” aggiungendo che è sempre più facile incontrare giovani adulti scontenti: il lavoro non è all’altezza delle aspettative, il compagno non va bene, i colleghi sono un branco di stupidi, i capi non capiscono niente. Mentre i conflitti dell’adolescenza si risolvevano, un tempo, con l’uscita dei figli dalla casa dei genitori, ora molti giovani adulti, dopo essersi allontanati per gli studi, vi rientrano per esigenze economiche, ricerca di sostegno affettivo, fatica di reggere la logistica della vita da single. In questi casi la ripresa della vita di famiglia può essere fonte di sofferenza sia per i genitori che per i figli: i genitori non capiscono le ragioni della scontentezza dei figli e i figli vivono con insofferenza la loro situazione di adulti incompleti, non del tutto indipendenti. Il lettore ha incontrato nella sua esperienza delle situazioni simili a quelle descritte nell’articolo? Se sì, come le spiega? Pensa che ci siano accorgimenti o accomodamenti che possano ridurre le tensioni che possono nascere tra figli e genitori, e viceversa, in queste situazioni? Che cosa potrebbero fare i "giovani adulti" e i loro genitori per migliorare la situazione? Ci sono "errori" o "colpe" da una parte o dall'altra oppure la responsabilità di queste situazioni vanno cercate nella società, nell’economia, nella difficoltà di trovare un lavoro dipendente stabile? Ha ragione chi dice che le aspirazioni lavorative di molti giovani adulti nel nostro paese sono poco realistiche e che le difficoltà occupazionali sono il risultato di un insufficiente adattamento alle richieste della società?
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Scritto da Giuliana Mazzoni
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Martedì 30 Marzo 2010 16:11 |
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Gli antidepressivi funzionano, assicurano i medici. E per questo sono tra i farmaci più prescritti. La loro efficacia sembra dipendere dalla capacità di ristabilire uno stato di equilibrio chimico nel cervello, ma è vero? In una sua recente pubblicazione, Irving Kirsch, professore di psicologia presso l’Università di Hull (UK) sostiene che non sia così. Grazie alla legge sulla libertà di informazione (Freedom of Information Act ) Kirsch ha esaminato tutti i dati di ricerca che le case farmaceutiche hanno inviato all’ente americano preposto all’approvazione dei farmaci (FDA) per ottenere il brevetto, e ha fatto una scoperta inattesa: i pazienti depressi in realtà migliorano sia con il farmaco, sia con il placebo (ossia assumendo una sostanza che non ha nessun effetto sulla chimica cerebrale)! E la differenza tra i due è così piccola da non avere alcun significato clinico. Come mai allora i medici non sanno niente di questo risultato, che è da sempre noto alla FDA? Il motivo è che questo tipo di studi non sono mai stati pubblicati, mentre Kirsch attraverso l'FDA ha potuto analizzare sia i dati degli studi pubblicati sia di quelli non pubblicati. Resta poi da spiegare come sia possibile che farmaci non più efficaci di una pillola di zucchero possano essere stati approvati. Il mistero è svelato quando si consideri che il criterio di approvazione dei farmaci è che vi siano almeno due trials clinici che dimostrino che il farmaco è significativamente più efficace del placebo. Ma le ditte farmaceutiche possono fare quanti trials clinici vogliono, i trials che non dimostrano l’effetto del farmaco non vengono tenuti in conto! |
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Scritto da Fabrizio Mastrofini
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Lunedì 15 Febbraio 2010 17:00 |
Irlanda, Stati Uniti, Canada, Australia, Germania, Italia, sono i paesi che disegnano la mappa degli abusi sessuali commessi dai sacerdoti ai danni dei minori. Nonostante le dimissioni dei vescovi, le citazioni in tribunale e le diocesi statunitensi in bancarotta per pagare i danni, l’impressione è che la strategia ecclesiale non ha finora messo in atto soluzioni adeguate. Negli Usa diversi studi sulle riviste cattoliche specializzate in pastorale e psicologia si sono chiesti per quale motivo gli abusi si siano ripetuti per anni, per quale motivo i genitori non si siano accorti di nulla e le stesse vittime abbiano vissuto nell’impressione di non venire credute. Le famiglie nella cultura cattolica, anglosassone in modo particolare, trovano che sia una speciale forma di onore e di considerazione ricevere tanta attenzione da parte del loro sacerdote, del loro parroco e certamente non sospettano che possa nascondersi in lui un violentatore. Molte vittime hanno rivelato, a distanza di anni, che non parlavano semplicemente perché sentivano di non poterlo fare, e pensavano di non poter venire credute. Connesso a questo aspetto c’è il “clericalismo” della Chiesa, che ha elaborato nei secoli una struttura sacramentale per cui sacerdoti e vescovi vengono ricoperti da un’aura sacrale rinforzata dal loro vivere separati, indossare abiti diversi, non sposarsi. La psicoterapeuta statunitense Marianne Benkert nota che la Chiesa cattolica ha lasciato intatta la cultura clericale, proteggendo i sacerdoti e sacrificando i più vulnerabili. Che cosa ne pensate?
Nel numero di marzo della rivista potrete leggere un articolo dello stesso autore. |
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Scritto da Michela Marzano
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Numero 217 - anno 2010 - pagg.
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Martedì 29 Dicembre 2009 11:19 |
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Il linguaggio manageriale contemporaneo è estremamente ambiguo: si costruisce su messaggi inconciliabili (secondo il modello del double bind) e chiede sempre più spesso agli individui una cosa e il suo contrario. Qualunque sia il settore di attività, si sente sempre più parlare di “autonomia” e “responsabilità”: ogni lavoratore deve sentirsi libero di agire come vuole, di portare alla propria azienda idee nuove e di trovare al suo interno il proprio benessere. Ma di quale autonomia si tratta? I dipendenti devono considerarsi “autonomi” nella misura in cui possono organizzare il loro lavoro come meglio credono, ma devono al tempo stesso rispettare gli obiettivi e i calendari fissati dalla direzione. L’autonomia nell’impresa è dunque molto relativa e non permette mai ai lavoratori di “autodeterminarsi”. In compenso, la sua utilità è grande: serve a giustificare il fatto che, se gli obiettivi non vengono raggiunti, siano i dipendenti a doversi assumere la piena responsabilità del fallimento. In quanto agenti autonomi, infatti, essi sono responsabili delle proprie azioni e delle loro conseguenze: nessun errore potrà essere perdonato. La logica di cui sono oggi prigionieri i lavoratori è sempre più perversa: la responsabilità viene abilmente trasferita dall’alto verso il basso; se gli obiettivi assegnati non sono raggiunti, la colpa non è mai attribuita al fatto che obiettivi erano oggettivamente irraggiungibili, ma alla mancanza di motivazione e di valore del dipendente. Ci si può allora realmente stupire che il malessere legato al proprio lavoro non fa’ altro che aumentare?
Troverete un articolo sull'argomento nel numero di gennaio (217) della rivista. |
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Scritto da Guido Petter
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Numero 216 - anno 2009 - pagg.
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Martedì 29 Dicembre 2009 10:47 |
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Che riflessi può avere la narrativa nella vita di un adolescente? Essa può ampliare la sua conoscenza della realtà; sensibilizzarlo ai problemi che la vita presenta, e alle possibili soluzioni; offrirgli occasioni per condividere sentimenti, stati d’animo, emozioni; indurlo a riflettere su certe decisioni e sui valori ai quali ci si può ispirare nel prenderle; aiutarlo a elaborare una ”idea di sé” coerente. Questi riflessi sono più o meno profondi a seconda che il testo sia un romanzo o una “memoria”. Queste considerazioni possono venire sviluppate e discusse. Ad esempio: i riflessi, o conseguenze, descritti hanno tutti la stessa rilevanza? Ve ne sono altri oltre a quelli considerati? Quali ricordi, al riguardo, serbate della vostra adolescenza? Quali osservazioni potete fare come genitori o insegnanti con figli o allievi adolescenti? Avete notato differenze fra maschi e femmine? Quali possibilità vi sono di indurre un adolescente a leggere un certo libro, o a riflettere su un libro letto? Come si colloca la lettura di testi narrativi rispetto ad altre attività come l’uso della TV, la frequentazione di un cinema, la navigazione in Internet, l’ascolto di musica, l’incontro con gli amici?
Troverete un articolo sullo stesso argomento nel numero di novembre dicembre della rivista. |
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