Blog - La psicologia va in convento PDF Stampa E-mail
Scritto da Fabrizio Mastrofini   
La multiculturalità di cui tanto si parla in Italia si va estendendo anche alle comunità religiose. È sempre più frequente vedere suore straniere nelle parrocchie, nelle strade, nei convegni. La Chiesa è sempre stata un’istituzione internazionale, tuttavia la mancanza di vocazioni che si fa sentire in Italia ha portato molte congregazioni ad aprire le porte dei conventi italiani alle consorelle di Asia ed Africa, soprattutto. Il che porta inediti problemi di convivenza, di scontro di mentalità e di visioni del mondo. A dispetto di una facile pubblicistica che descrive le vocazioni religiose come un mondo ideale, nei conventi tutti i giorni si discute, si litiga anche, ci si scontra, ci si ammala. Ed emergono anche gli stereotipi: gli orientali sono percepiti lenti, gli africani poco affidabili, i latinoamericani troppo allegri… e così via. I documenti ufficiali della Chiesa affrontano il tema della vita comunitaria dal punto di vista psicologico, sottolineando che occorrono equilibrio, capacità di integrazione, una visione del futuro da parte di chi deve guidare la comunità. Ma chi forma i formatori? E chi li controlla? Su questi nodi-chiave ci sono alcuni psicologi – sacerdoti, suore, laici – al lavoro in un settore comunque delicato. Il rischio è quello di confondere la fede con gli atteggiamenti psicologici impedendo o limitando una reale crescita delle persone.
 
Commenti (3)
Imparare a condividere le differenze culturali
1 Domenica 06 Settembre 2009 20:29
Camillo

Ho letto con interesse l'articolo sulla “psicologia che va in convento”. In modo particolare, in relazione alla convivenza multietnica nelle comunità religiose, dove il rispetto delle differenze è marcato da un forte ideale religioso ma anche da una strutturazione del contesto di gruppo (regole, abito, tradizioni, apostolato…). In questo ambito ci sono ricerche sviluppate da tempo (cito in particolare: Crea G., Stress da acculturazione e sostegno sociale nei contesti comunitari. Una ricerca tra i religiosi che vivono in comunità multiculturali, in «Orientamenti Pedagogici», 56(2009)2, pp. 277-294). Credo sia un importante ricordare l’urgenza (in questi tempi di respingimenti del diverso) di esperienze di confronto e di rispetto reciproco tra persone di culture diverse. Pur consapevoli che le diversità culturali restano tali anche in una casa religiosa!

Crea Giuseppe

E' un cambio psicologico e culturale insieme
2 Sabato 03 Ottobre 2009 11:39
fmastrofini

La trasformazione in corso è profonda e porterà molte conseguenze, nel
breve termine, sullo stile di vita delle comunità religiose e
soprattutto sulle modalità della formazione, che vanno riviste in
profondità.
Per comprendere meglio cosa sta accadendo lascerei parlare padre
Robert Schreiter, missionario, statunitense, docente alla Catholic
Theological Union di Chicago. A fine 2008, a Roma, è intervenuto sul
tema "Sfide della formazione" parlando ad una congregazione religiosa
femminile. Riporto qui un passaggio del suo intervento.

"Prima del Concilio Vaticano II, i programmi di fondazione si basavano
sulla supposizione (idea) che
essi si attuavano / realizzavano in una cultura collettiva. Diventare
un membro fedele significava
imparare come adeguarsi / adattarsi alla comunità con un’enfasi
sull’obbedienza, sull’umiltà e
sull’attenzione verso tutto il gruppo. Dopo il Concilio, nel rifare i
loro piani di formazione, gli istituti
rinnovano questi programmi alla luce di una cultura più
individualistica, che era la cultura della
maggioranza dei membri in quel tempo. I programmi evidenziavano la
crescita psicologica e spirituale
di ogni individuo e uno sviluppo dei loro doni personali. La
creatività, piuttosto che la conformità, ha
avuto la meglio. Nello stesso tempo, sono diminuite le vocazione nel
Nord Globale e la maggioranza
delle candidate nella formazione, in molti istituti religiosi
internazionali, provengono dal Sud Globale,
che ha culture per lo più collettive.
Il punto qui non è quello di cercare di tornare a un modello vecchio.
Piuttosto, le formatrici debbono
essere consapevoli delle differenze culturali tra loro stesse e le
loro candidate, se queste sono di culture
diverse, e della relazione tra quelle culture e l’ethos (la filosofia)
dominante dell’istituto, che
probabilmente è etnicamente radicato in Europa. In un istituto
religioso internazionale, ciò non
significa scegliere tra un modello individuale ed uno collettivo, ma
aiutare le candidate a imparare a
muoversi tra i due, consapevoli che esse saranno sempre radicate più
in una cultura che nell’altra.
Questo è un tipo di biculturalità che alla fine potrebbe significare
che uno non si sente più del tutto a
casa in nessuna delle due culture (l’esperienza di molti missionari),
ma una (biculturalità) che genera un
'marginalità costruttiva, dove marginalità non significa esclusione,
ma un contributo critico e riflessivo
alla interazione tra culture".
Per maggiori informazioni sul lavoro di riflessione e di formazione
che si fa a Chicago: www.ctu.edu
Fabrizio Mastrofini

Culture a confronto senza creare nuove barriere
3 Sabato 03 Ottobre 2009 15:32
Camillo

Il biculturalismo è un dato di fatto sociale, perchè ognuno vive in una cultura che non perderà mai, con delle caratteristiche che continueranno ad essere tali per ogni soggetto. Imparare ad armonizzarle su un piano diverso, quello dei rapporti, permette di smussare le differenze e riscoprire obiettivi di convivenza possibili.

Altrimenti, come si sente dire in molte comunità religiose, il rischio è di creare muri insormontabili, di incomunicabilità, diffidenza, reticenza, pregiudizio, che già conosciamo in ogni società civile.

“Quanto più gli chiediamo di fare come noi, tanto più loro se ne vanno per la loro strada”, diceva un giovane padre maestro, preoccupato per le risposte anomale che otteneva dai suoi novizi. Per di più alcuni di questi novizi erano più anziani di lui. 

Occorre entrare nell’ottica di un “noi” comune che sia capaci di riscoprire ciò che accomuna e rispettare ciò che ci differenzia.

Crea Giuseppe

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