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Scritto da Anna Oliverio Ferraris
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Numero 217 - anno 2010 - pagg. 3
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Cari Lettori, in questo numero della rivista il sociologo Zygmunt Bauman ci parla delle mode, dell’alternanza tra tendenze e della loro inevitabilità; ma al tempo stesso le mode sono un elemento di costrizione della libertà in quanto bisogna uniformarsi a innovazioni, spesso anche di scarso rilievo. L’autore è noto per i suoi saggi sulla “liquidità” del mondo in cui viviamo, un mondo in cui poche cose restano ferme mentre molte cambiano rapidamente e si caratterizzano per la loro imprevedibilità. Dal punto di vista psicologico questi aspetti del sociale pongono ovviamente dei problemi alle singole persone che, da un lato, hanno bisogno per il loro equilibrio di punti fermi e, dall’altro, devono invece di continuo adattarsi, spesso sotto la spinta dell’urgenza, con il rischio di perdere il proprio nucleo di individualità. Su questo aspetto riflette anche la filosofa Michela Marzano, che nell’articolo sulle nuove forme del management considera il mondo del lavoro e in particolare il caso dei numerosi suicidi verificatisi in aziende che pongono i dipendenti al centro di un “doppio legame”: un conflitto tra le aperte dichiarazioni aziendali a favore dell’autonomia individuale e gli obiettivi non modificabili fissati dalla stessa azienda, resi irraggiungibili dalla crisi economica. Il dipendente che, in tali condizioni, crede nella propria autonomia e fa il suo lavoro con dedizione, rischia di sentirsi poi unico responsabile di fallimenti che in realtà non dipendono da lui. Di qui la colpevolizzazione e la crisi personale che può portare al burnout, e in alcuni casi al suicidio. Che tipo di attrezzatura psicologica bisogna avere in un mondo siffatto, soggetto a rapidi cambiamenti, a “trappole cognitive”, e dove si rischia di attribuirsi una responsabilità eccessiva nel tentativo di raggiungere obiettivi “inderogabili”? L’attitudine che assumiamo nei confronti di sfide e difficoltà è fondamentale, come apprendiamo dagli studi sulla resilienza: invece di crogiolarsi nei “non posso farci niente”, “sono debole”, “non serve impegnarsi”, è senz’altro utile pensare che i problemi si possono risolvere, che certe scelte vanno fatte e che chi non rischia niente non ottiene niente. Può essere pericoloso, invece, sopravvalutare il proprio ruolo e addossarsi, per narcisismo o per una errata valutazione del sistema in cui si è inseriti, responsabilità che non ci appartengono. Questo è un tema a cavallo tra diverse scienze umane: filosofia, sociologia e psicologia; è da un’analisi composita che può emergere una risposta alle difficoltà attuali e future. Anna Oliverio Ferraris
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