Baby TV PDF Stampa E-mail
Scritto da Anna Oliverio Ferraris   
Numero 217 - anno 2010 - pagg. 38-43   

Quando nel 2007, tre anni dopo il suo lancio negli USA, baby first approdò in Francia, ci furono proteste da parte di psicologi, educatori, associazioni dei genitori e nel giro di breve tempo lo psicoanalista Serge Tisseron raccolse trentamila firme di persone che chiedevano di bloccarne l’accesso. Bloccare l’accesso non fu possibile perché baby first, come già baby tv, trasmetteva da territorio inglese e una normativa di Bruxelles lo consente; ma le firme indussero l’Autorità per le comunicazioni a commissionare uno studio da cui emersero i danni che un’esposizione così precoce al teleschermo può provocare. Forti di questi risultati l’Autorità e il Ministero della salute francesi hanno poi ottenuto che in apertura dei programmi comparisse questo messaggio: “Guardare la televisione può frenare lo sviluppo dei bambini minori di tre anni, causare ritardi psicomotori, incoraggiare la passività, causare sovraeccitazione e turbe del sonno”.
In Italia l’insediamento di baby tv è avvenuto in sordina, sia perché l’operazione ha avuto inizio a fine luglio (del 2009), cioè in periodo di vacanza, sia perché l’Osservatorio sui diritti dei minori non ha ritenuto di dover segnalare rischi e danni possibili, supportando di fatto la linea dei produttori e dei distributori del nuovo canale tv. Il quadro, però, che emerge dalle ricerche scientifiche è tutt’altro che rassicurante.

Uno studio dell’Università di Cambridge in Gran Bretagna aveva già segnalato, all’inizio degli anni Novanta, gli effetti che un’esposizione precoce e continuativa al piccolo schermo ha sullo sviluppo del linguaggio. A sei anni, i bambini che erano stati sistematicamente esposti al piccolo schermo nei primi tre anni di vita avevano competenze linguistiche inferiori ai loro coetanei. La televisione, fu detto, zittisce i bambini i quali invece, fra zero e tre anni, cioè in quel periodo critico in cui si formano le strutture portanti del linguaggio, hanno bisogno di fare esercizio attivo con persone reali, di vocalizzare in sincronia con i propri desideri, esperienze e stati emotivi.

 
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