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Scritto da Valentina D'Urso
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Numero 218 - anno 2010 - pagg. 12-17
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Se si vuole definire e delimitare ciò che è pornografia da ciò che non lo è sorgono una quantità di problemi. La parola, che nasce nella Grecia classica, è composta da “porné”, “prostituzione”, e da “graféin” cioè “scrivere” o “descrivere”. Dunque in origine il termine si usava per indicare la raffigurazione o descrizione di atti connessi con l’attività sessuale a pagamento. Ne sono rimasti alcuni esempi sui muri di alcune case dell’antica Pompei, dove possiamo ancora trovare le scritte e i disegni che indicavano l’attività di prostituzione esercitata all’interno di esse e nelle quali si possono visitare alcune stanze adorne di pitture “pornografiche” che mostrano “le specialità della casa”, cioè le varie posizioni che si potevano richiedere alle lavoratrici del sesso. Ma attenzione! Pornografia è la descrizione o raffigurazione, non è l’atto descritto o raffigurato. Data la frequenza d’uso, il termine viene comunemente abbreviato in “porno”. Porno può essere un aggettivo: “è un film porno”, un prefisso “pornostar”, un sostantivo “il porno ha invaso la moda”. La parola inglese “porn”, da sola o in combinazione, è la più cliccata negli indirizzi di rete, insieme a “sex”. Se ascoltiamo le nostre emozioni, si può dire che è porno quello che preferiremmo che i nostri figli non vedessero, e che non vedessero neppure i nostri genitori! Si tratta di immagini che ci sembrano esasperate, malate, volgari, indecenti, o comunque fastidiose. Ci turbano eppure ci attraggono, e a volte le guardiamo anche se ci sembrano oscene. Quest’ultimo termine viene spesso avvicinato alla pornografia. Un evento è osceno nel senso di disgustoso o immorale. Si parla di osceno anche a proposito di realtà veramente troppo crude, come torture, mutilazioni, corpi sofferenti o morenti, visi deformati dal dolore o dal terrore.
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