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Scritto da anna oliverio ferraris
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Numero 218 - anno 2010 - pagg. 2
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Cari Lettori, scorrendo questo numero di Psicologia contemporanea noterete che alcuni articoli, seppure assai diversi tra di loro, sono percorsi, in forma più o meno esplicita, da una tematica ricorrente: la strumentalizzazione. Strumentalizzazione di bambini negli articoli sugli abusi all’infanzia, strumentalizzazione del malumore nell’intervista a Gerd Gigerenzer, strumentalizzazione del corpo nell’articolo sulla pornografia. Non possiamo fare a meno degli altri, eppure gli altri con la loro presenza, il loro sguardo, i loro comportamenti e le loro valutazioni, ci possono strumentalizzare in modi diversi, evidenti o subdoli. E noi, a nostra volta, possiamo manipolare gli altri a nostro vantaggio, consciamente o inconsciamente. La mente va a un celebre aforisma del filosofo esistenzialista Jean-Paul Sartre «L’inferno sono gli altri» che ancora colpisce per la sua lapidaria perentorietà, ma che se sviluppato, rivela un contenuto psicologico più ricco e profondo di quanto non appaia ad una prima lettura. Quella frase, come ebbe modo di spiegare lo stesso Sartre, non intende significare che i rapporti con gli altri sono sempre infernali, intende bensì dire che quando i rapporti tra le persone sono contorti e viziati, allora l’altro diventa il nostro inferno. Ma perché l’altro può avere un tale potere su di noi da portarci all’inferno? Perché gli altri, a ben guardare, sono ciò che di più importante c’è in noi per la conoscenza di sé. Quando riflettiamo su noi stessi e cerchiamo di conoscerci non possiamo fare a meno di tener conto del giudizio degli altri o, se si preferisce, delle categorie di conoscenza che gli “altri significativi” ci hanno trasmesso per valutarci. Pensiamo a noi stessi e viviamo una serie di emozioni e sentimenti sulla base di valutazioni che hanno radici nell’infanzia, come ben sanno gli psicoterapeuti e tutti coloro che sono stati in psicoterapia. Se i rapporti con le altre persone significative sono cattivi e noi siamo dipendenti da loro, ecco concretizzarsi l’inferno. Liberarsi dalle cattive dipendenze non significa soltanto diventare più liberi, significa anche essere meno propensi a lasciarsi manipolare e a manipolare a nostra volta gli altri. In primo luogo i bambini su cui la manipolazione delle coscienze può avere effetti duraturi e dirompenti per gli individui e per la comunità tutta, come illustrato nel bel film Il nastro bianco, del regista tedesco Michael Haneke, recensito in questo numero. Anna Oliverio Ferraris
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