Espressione artistica e disagio psichico PDF Stampa E-mail
Scritto da Laura Tonani   
Numero 218 - anno 2010 - pagg. 54-59   

«Ogni atto creativo comporta una segreta drammaturgia inconsapevole, che costituisce la fonte fantasmatica dell’attività creativa specifica, e che ogni volta ci attrae, nel suo manifestarsi, con la malia e l’ambiguità della sua autentica simulazione» (Petrella, 2000).

Sul rapporto “Arte-Psiche” la letteratura del Novecento, cominciando dai famosi saggi di Freud, è vastissima e caratterizzata dal confluire di diversi saperi intorno ad una comune volontà di comprensione dell’uomo colto nella sua dimensione creativa.
Un esempio significativo è costituito dal saggio, riccamente illustrato, di Hans Prinzhorn sulla produzione artistica dei malati mentali, pubblicato nel 1922 e accolto con entusiasmo da molti artisti interessati alla ricerca dell’essenza originaria dell’arte, all’esplorazione dell’inconscio, alle misteriose dinamiche del processo creativo.
Sottraendosi ai soliti stereotipi di “arte patologica”, lo psichiatra e storico dell’arte tedesco considera le opere dei pazienti da un nuovo punto di vista, prediligendo l’osservazione delle dinamiche processuali e ponendo in secondo piano i giudizi di valore artistico nonché la ricerca della stigmatizzazione del sintomo. Il contributo di Prinzhorn inaugura uno sguardo nuovo, a tratti fenomenologico, rispetto ai criteri di lettura dell’opera, colta nel suo valore e significato esistenziale e come possibilità di comprensione del mondo interno.
«Tutto questo stabilisce una concreta connessione tra potenziale creativo, estetica e terapia. […] Prinzhorn, dunque, pur non facendo dell’arte una terapia, fornisce a quest’ultima elementi costitutivi che consentono di guardare alle opere dei malati come il prodotto di un meccanismo generativo» (Bedoni e Tosatti, 2000). Vista dunque nei suoi precedenti storici, l’espressione artistica come cura sembra già essere stata frequentata dai pazienti in modo spontaneo e con febbrile dedizione, e proprio là dove atelier inesistenti e strumenti espressivi di difficile reperimento attivavano una straordinaria capacità inventiva.

Riconosciuta all’arte una proprietà terapeutica nella cura del disagio psichico, si sono avviate, e nel corso della storia consolidate, numerose esperienze di diverso orientamento teorico-pratico che formano una vasta costellazione di respiro mondiale, difficile da illustrare per la complessità e varietà dei suoi costituenti. Il termine arteterapia (art therapy), introdotto dall’artista inglese Adrian Hill negli anni Quaranta, raccoglie in sé un panorama assai eterogeneo. Nelle istituzioni psichiatriche nascono gli atelier, “art rooms”, dove i pazienti possono cominciare un percorso riabilitativo, supportato dalla presenza degli artisti terapisti o arteterapeuti. Proprio i diversi ambiti di provenienza e formazione dei conduttori caratterizzerà fortemente l’impronta metodologica e i fondamenti teorici delle diverse esperienze, creando tipologie ad orientamento psicoterapeutico o più specificamente artistico.

 
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